Piet Mondrian – espositore

Carlo Scarpa

1956

Un dettaglio che diventa architettura

Molti dei dipinti esposti sono collocati su cavalletti progettati da Carlo Scarpa e utilizzati per la prima volta nel Museo Correr a Venezia. Qui trovano nuova vita, impiegati non solo per garantire la giusta illuminazione delle opere, ma anche per guidare il visitatore attraverso un percorso visivo studiato. In alcuni casi, i dipinti vengono presentati partendo dal retro, invitando il pubblico a un’osservazione più lenta e consapevole.

Un esempio significativo si trova nella quarta sala del primo piano, dove il visitatore viene accompagnato nell’angolo sud-ovest per ammirare il Cristo risorto, attribuito a Bellini, accanto alla Madonna del roseto di Stefano da Verona. Anche nelle sale situate all’estremità occidentale della Reggia, sia al primo che al secondo piano, Scarpa colloca i cavalletti in modo perpendicolare alle fonti di luce. In questo modo crea piccoli spazi secondari tra dipinti e finestre, generando un dialogo silenzioso tra l’opera e l’architettura.

I cavalletti, realizzati a partire dal 1953, sono composti da tre aste in palissandro: due laterali di 200 × 6 cm e una centrale di 247 × 6 cm, chiuse superiormente da una mensolina con attacchi in ottone e sorrette inferiormente da un treppiede in ferro. Una quarta asta posteriore (114 × 6 cm) garantisce la stabilità dell’insieme. Ogni asta è formata da tre listelli in palissandro uniti da cavicchi disposti a intervalli regolari di 15 cm, con incastri da 10 mm per ospitare le mensole di sostegno.

Il cavalletto di Scarpa, utilizzato anche per la mostra su Piet Mondrian è un esempio di come un supporto espositivo possa andare oltre la semplice funzione di sostegno, diventando parte integrante del linguaggio della mostra. La struttura, studiata per esaltare la purezza geometrica e il rigore compositivo delle opere di Mondrian, non si limita a esporre, ma dialoga con lo spazio e con l’estetica dell’artista. Analizzarlo significa cogliere l’importanza della relazione tra opera e contesto, della precisione progettuale e della cura per il dettaglio. Un insegnamento prezioso su come la progettazione espositiva possa amplificare la percezione dell’opera, restituendole una dimensione nuova e immersiva.

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