Un percorso per la formazione della figura dell'eco-allestitore tenuto da ricercatori e professionisti.
Una "controstoria" dell'esporre che analizza e rilegge gli allestimenti in ottica di sostenibilità.
Gli aggiornamenti sulle ricerche attualmente svolte da aziende, enti, progettisti e ricercatori dell'exhibit.
Gli strumenti e le normative per calcolare e monitorare l'impatto di un allestimento.
Soluzioni di eco-desgin per creare allestimenti riadattabili evitando di danneggiare le componenti.
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Franco Albini, Franca Helg, Antonio Piva
1980
La leggerezza come metodo
Nel 1972 prende forma l’idea di un nuovo allestimento per la Pinacoteca del Castello Sforzesco, in vista della sua riapertura nel 1980. Il progetto, affidato a Marco Albini, Franca Helg e Antonio Piva, si poneva l’obiettivo di creare uno spazio espositivo altamente flessibile, capace di rispondere alle esigenze di conservazione delle opere e al tempo stesso offrire un’esperienza di visita dinamica e coinvolgente.
L’elemento chiave dell’allestimento è costituito da una serie di pannelli di rete elettrosaldata, sospesi mediante un sistema di rotaie a soffitto. Questa scelta tecnica consentiva di configurare lo spazio in maniera sempre diversa, permettendo la rotazione delle opere e la creazione di nuovi percorsi espositivi senza interventi invasivi o strutturali. I pannelli, grazie alla loro trasparenza e leggerezza, evitavano di frammentare lo spazio e dialogavano con le architetture delle sale, lasciando percepire la profondità degli ambienti e mantenendo la continuità visiva con il paesaggio esterno, visibile dalle grandi finestre del castello.
Il sistema di sospensione a rotaia consentiva inoltre un’elevata precisione nell’allineamento e nella disposizione dei pannelli, permettendo il corretto orientamento delle opere rispetto alla luce naturale o artificiale. La modularità della struttura garantiva un’estrema versatilità: i pannelli potevano essere spostati, sostituiti o ruotati in base alle necessità espositive, favorendo un allestimento in continua trasformazione.
Dal punto di vista tecnico, la rete elettrosaldata rappresentava un supporto robusto ma visivamente discreto, su cui era possibile fissare le opere d’arte in sicurezza, mantenendo un distacco calibrato dalla superficie muraria per garantirne la corretta aerazione. L’attenzione alla conservazione si traduceva così in soluzioni intelligenti e integrate, senza rinunciare alla purezza delle linee e alla leggerezza dei volumi.
Ricerca TOCC – Digitale della Società Social Factory e condotta dal gruppo di lavoro Politecnico di Milano, Clister NSBVN – Sustainable Exhibit e Ideas Srl.
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